Oggi ho trovato sul balcone la buccia di una fetta di anguria. Due giorni fa, l’astuccio – pieno – delle bolle di sapone. Ho soffiato e per poco sono tornata indietro.

La settimana scorsa ci sono state due macchinine: una piccolina, l’altra bella grande. Poi, una paletta, uno spazzolino da denti per bambini e due pistole ad acqua.

È tutto abbastanza seccante, soprattutto nei giorni in cui sono di cattivo umore.

Il mittente è un bimbo bengalese di 4 anni. Il padre lavora come lavapiatti in un ristorante del quartiere; la madre bada ai due figli (o almeno ci prova). Oltre al lanciatore di oggetti, c’è anche un fratellino maggiore, 6 anni al massimo.

Vivono al piano di sopra. Non li ho mai visti tutti e quattro insieme: a quanto pare, lui dorme di giorno e lei non riesce a gestire da sola i figli.

Il pomeriggio, il padre si cambia, esce e va a comprare questi regalini per i figli. Loro li trovano quando si svegliano, ogni mattina.

Lui è un bell’uomo, scarpe sportive, jeans dal taglio alla moda. Lei è rotonda, chiacchierona e ironica, un bel viso: veste abiti tradizionali e mi spiega che suo padre, al Paese, era un pezzo grosso e perciò non è abituata a fare le faccende domestiche, ma se l’aiutassi a cercare un lavoretto diverso, mi ringrazierebbe molto.

L’altro giorno si è scusata: i bambini lanciano oggetti mentre lei cucina o sbriga altri affari a casa, non mi devo offendere. Io le ho spiegato che non mi offendo affatto, solo che la raccolta dei loro oggetti sta diventando impegnativa. La pallina colorata che mi ha buttato l’altro giorno, quella l’ho regalata al cane.

Sullo stesso piano, si sono trasferiti da poco dei nuovi inquilini. Lui ha la faccia da delinquente: l’ho pensato subito, appena l’ho visto, ma nella vita mi sono impegnata a diffidare delle apparenze. Sempre. E ho fatto male.

Lei: non pervenuta. Cammina a testa bassa e non sono mai riuscita a guardarla bene né a salutarla. Poi, ogni tanto c’è anche il figlio – ventenne – di lei. Porta a spasso i loro due Chihuahua.

Non li ho mai incontrati insieme. Neppure Anna Maria (la portinaia) sostiene di averli mai visti uscire insieme. Lei mi ha rivelato che la faccia da delinquente fa il cuoco a Parigi ed è a Roma solo nei weekend. La moglie lavora in un negozio di moda.

L’altra notte – alle due – ho sentito un rumore forte venire dalle scale. Era il rumore di oggetti che qualcuno lanciava sul pianerottolo. Subito dopo, è stato spinto anche il cuoco.  È finito per terra.

Completamente ubriaco, si lamentava per uno schiaffo ricevuto dalla moglie o dal figlio di lei. Li insultava in ogni modo e non si reggeva in piedi.

Io ero impietrita. Dietro la porta, spiavo attraverso lo spioncino. E tremavo.

Lui è caduto proprio sul mio pianerottolo. Poi si è alzato, barcollante, ed ha continuato a scendere.

Io lì ho un po’ pianto.

Qualcuno del palazzo ha chiamato i carabinieri quella notte: è stato – ho saputo – l’avvocato che abita al piano attico. Quello che vuole mandare via i bengalesi dal palazzo (due famiglie in tutto) e che ora si ritrova il cuoco italiano alcolista e violento.

Il giorno dopo ho avuto, tutto il tempo, un nodo alla gola fastidioso.

Dopo averci pensato, ho chiamato l’amministratore, sicura che già sapesse della nottataccia. Non sapeva nulla. Gli ho detto di scrivere una lettera ai signori di sopra. Lui mi ha detto di preparargliela e che l’avrebbe inviata. Ho scritto che mi aspetto altre violenze e altre scenate, e che io non voglio dormire serena e fregarmene. Ma voglio dormire serena sapendo di aver fatto qualcosa per impedire il peggio.

Ci saranno altre storie da qui, ci potete scommettere.

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