Nel palazzo accanto al mio, periferia sud-est della Capitale, ci vive un omone di una cinquantina d’anni che si chiama Fabrizio. Spesso siede fuori, sulle panchine di cemento sotto gli alberi, insieme ai vecchietti del proprio condominio, mentre mangia patatine oppure gioca con lo smartphone. 

È alto due metri, con una stazza massiccia: se non lo guardi negli occhi buoni, azzurro fiordaliso, ne potresti avere paura. Invece lui è buono come il suo sguardo fanciullesco, parla un linguaggio essenziale, ma quando riesce a connettersi col mondo esterno, Fabrizio pronuncia parole strascinate una-attaccata-all’-altra, senza pause, come se il suo corpo fosse così ossigenato da potersi permettere il lusso di trattenere il respiro a lungo, dopo i silenzi prolungati che la sua solitudine gli infligge.

Fabrizio ha sempre vissuto con il suo papà, che se ne prendeva cura come fosse il bambino che, nonostante il corpo da adulto, in fondo è rimasto: è morto in questi mesi duri che hanno lasciato traccia nella vita di ciascuno di noi. In alcune vite, una traccia che si è fatta assenza e disperazione.

Di lui, ogni tanto, si prendono cura due assistenti domiciliari, dopo la segnalazione ai servizi sociali, d’obbligo visto che Fabrizio è solo in parte autosufficiente.

Quando un amico, su Facebook, mi ha consigliato di seguire su Netflix, la serie “Derek” – due stagioni, più una terza che ha un solo episodio speciale di chiusura – è stato come assistere alla vita di Fabrizio: con la tristezza che Derek Noakes, affetto da autismo (mai diagnosticato) non siede senza fare nulla sotto un pino, mangiando patate e bevendo Coca, ma si sente utile e impiega il proprio tempo ad assistere gli anziani di una casa di riposo. Lo fa con una tenerezza un po’ goffa e gentile, una gioia fanciullesca e una vulnerabilità che fa ridere e piangere, e ancora ridere.

La vera particolarità di questa serie tv, girata in stile mockumentary (falso documentario), è essere anche spiacevole, fastidiosa, mentre mostra alcuni aspetti della vita: quando, placida, si avvia verso la fine oppure quando, ancora giovane, si rende detestabile fino a fare un po’ schifo, a causa di dipendenze, deficit cognitivi, eccezioni alla regola non proprio attraenti.

E si capisce anche il perché osi tanto: il protagonista, Derek, è interpretato da Ricky Gervais, uno di quegli stand-up comedian anglosassoni con la dote rara di far ridere le persone su temi “sensibili” e normalmente – soprattutto da noi – inavvicinabili anche da parte di chi fa satira. Gervais, infatti, è solito dire: “Vorrei che le persone sapessero che possono ridere di cose brutte senza essere brutte persone”.

Insomma, Derek, marginalizzato e deriso nella società, ha un ruolo sempre più centrale nella casa di riposo diretta da Hannah, la bravissima Kerry Godliman, che lo apprezza e prova un affetto fortissimo per lui. Anche Hannah è convinta – come una delle anziane ospiti della casa a cui Derek è molto legato – che “è meglio essere gentili che intelligenti o di bell’aspetto”. 

Questa serie è importante per molte ragioni. 

Per esempio, per il fatto che le persone più “fastidiose”, quelle che comunemente pensiamo come “derelitte”, che sono un pugno nello stomaco per le nostre vite ordinarie e lineari e che, in alcune scene, riescono a suscitare massicce dosi di repulsione – come Kev, interpretato da David Earl, il senzatetto alcolista che colleziona autografi oppure come Dougie (Karl Pilkington), il tuttofare del centro a cui Derek è molto affezionato – se si sentono utili e apprezzate nella loro peculiarità, possono “salvarsi”: rompere dipendenze, intrecciare relazioni, partecipare e persino contribuire a una costruzione sensata.  

Ma Derek – con la sua bizzaria disarmante, la limpidezza del suo sguardo sul mondo, le sue passioni semplici: gli animali, tutti, i video su You Tube, le persone che ama e protegge, come se lui fosse in grado di farlo – resta il protagonista assoluto, meravigliosamente positivo e amabile.

Come quando – tra le lacrime – saluta per sempre il canetto che adora, Ivor, e che l’associazione di pet therapy porta ogni settimana nella casa di riposo per gli ospiti: “Era la mia cosa preferita!”, dice disperato. Oppure ogni volta che dice “Adoro essere vivo, è la mia ‘cosa’ preferita. Amo ogni singolo giorno, e non voglio che finisca”. 

Come fate a trattenere l’emozione al pensiero dell’enorme dono che un uomo come Derek (come Fabrizio?) potrebbe portare nella vita di ciascuno? 

Quando, verso la fine della stagione, si rifà vivo il padre – dopo una intera vita di abbandono – Derek lo accoglie nella casa di riposo e lo perdona: “Sono fortunato, molto fortunato”, ripete a tutti.

Ma poi il padre, anziano e malato, muore: e allora lui inforca la bicicletta su cui ha imparato ad andare da poco – una piccola bici per bambine recuperata in un cassonetto, con le stelline filanti argentate legate al manubrio – insegue il carro funebre e alla fine della corsa dice: “La cosa bella della vita è che puoi sempre ricominciare”. 

Per essere una persona “poco intelligente”, ha capito tutto. Così, alla fine, la vera stranezza è che il mondo – tutti noi – non gli riconosciamo il piccolo, ma gigantesco valore che Derek – e le persone come lui – hanno.

Hannah questo lo sa. E quando finalmente porta suo figlio, appena nato, alla casa di riposo, mettendolo tra le braccia di Derek, dice: “Si chiamerà Derek, speriamo che diventi fantastico come te. Speriamo, perché Derek, è un nome orrendo, cazzo!”.

(pubblicato anche nel mio blog su Il Riformista https://www.ilriformista.it/blog/derek-la-cosa-piu-bella/)

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